Skip to content

L’Antropologia dei media

January 7, 2010

A message from Salvatore Ranieri to the Media Anthropology Network mailing list:

In response to John Postill question: Media Anthropology Debates? I’ve tried to write something about this issue (in italian language). I’m a student of communication:

L’Antropologia dei media

L’antropologia dei media è uno specifico ambito di studi che può essere considerato un “campo di contatti interdisciplinari” (Rothenbulher 2008, pag. 2). Più precisamente Rothenbulher, in un suo recente saggio, afferma che l’antropologia dei media non è una vera e propria disciplina indipendente bensì un “contatto” tra due campi di studio quali l’antropologia e la comunicazione, dandone questa definizione:

“media anthropology is the label that has most recently come into use for a territory of contact between two fields. Briefly, it represents both the use of anthropological concepts and methods within media studies and the study of the media by anthropologists” (ibid.).

Per Rothenbulher l’antropologo e lo studioso di comunicazione vanno verso
direzioni differenti ma entrano in contatto tra loro nel momento in cui l’antropologia cerca di approcciarsi allo studio delle culture attraverso i media, mentre gli studiosi di comunicazione studiano gli attori della comunicazione al fine di darne una spiegazione culturale (op. cit., pag. 15-16). Nonostante tutto però, per diversi anni l’antropologia si è scarsamente interessata allo studio dei mass media. Più precisamente, l’antropologia ha cominciato per la prima volta ad interessarsi a questo campo a partire dagli anni venti con la Scuola di Chicago negli Stati Uniti (Boni 2004, pag. IX). E’ con Robert Park che per la prima volta l’etnografia si interessa dei mass media, in particolare dell’importanza della stampa nel diffondere stili e modelli di vita della cultura nazionale, nonché nell’attuare un processo non indifferente di assimilazione degli immigrati nel nuovo contesto culturale in cui si vennero a trovare, cioè quello degli Stati Uniti (Boni 2004, pag. X; Pierdica 2006, pag. 79). Lo studio antropologico sui media si concentra però soprattutto nel corso degli anni ottanta. Negli Stati Uniti in questi anni si è diffuso un nuovo metodo di rappresentazione etnografica basato principalmente sulle immagini e l’uso di nuove tecnologie che ha dato vita all’antropologia visuale (Pierdica 2006, pag. 80; Rothenbulher 2008, pag. 3). Oltre lo sgardo dell’antropologo, si è spesso chiesto ai nativi stessi di “auto-rappresentarsi”, perché la percezione della cultura e delle tradizioni è ovviamente differente se vista con l’occhio di chi ne fa parte (Worth e Adair 1972, cit. in Pierdica 2006). Negli anni ottanta l’interesse da parte dell’antropologia si è concentrato parecchio sui media tradizionali, soprattutto sulla televisione e il modo in cui questa rafforza e aiuta a costruire l’identità culturale nazionale (Boni 2005, pag. 9). La prospettiva della ricerca etnografica di Boni, ad esempio, si è concentrata su due aspetti importanti della cultura mediale ossia i processi di produzione e consumo di prodotti culturali, con riferimento alla dicotomia encoding/decoding formulata da Stuart Hall (ivi, pag. XIV in Hall 1980).

Tuttavia, l’avvento di internet in quegli anni ha spostato l’interesse delle scienze sociali verso un nuovo territorio da esplorare: il web come cyberspazio (cfr. p. 8). Così come nota Bitti (2004, pag. 1) internet ha portato alla nascita di un nuovo ambito di studi tra le scienze sociali volto a studiare internet dapprima come spazio sociale autonomo, poi considerando anche gli utenti reali come parte attiva della rete. Nel corso degli anni lo studio del cyberspazio ha acquisito nomi differenti: cyberculture studies, computer mediated communication studies, internet studies (ibid.). L’interesse volto nei confronti di Internet, anche da parte dell’antropologia, è dovuto principalmente al fatto che esso è considerato, attraverso i cyberspazi, veicolo di diffusione di “culture transnazionali” nonché fonte di “delocalizzazione” di esse (Fabietti, Malighetti e Matera 2002, pag. 100). Tale interesse, inoltre, si può far ricondurre alle prime forme di comunicazione mediata dal computer (CMC, computer mediated comunication) sorte in rete: e-mail, mailing-list e chat prima, forum e blog poi. Questi ambienti comunicativi superavano di fatto la passività del surfer nei confronti dei primi portali web, esclusivamente basati sul broadcast. La chat è l’evoluzione della posta elettronica che evolve la comunicazione da asincrona a sincrona, mentre il blog si può considerare il primo esempio di personal media mediante il quale l’utente si appropria di uno spazio sul web diventando così anche produttore di informazioni. Negli ultimi anni un processo di “convergenza”, ossia, un fenomeno sociale secondo il quale l’avvento di nuovi media non porta alla scomparsa di quelli tradizionali ma bensì ad una integrazione di questi con quelli nuovi (Fidler 2000), ha condotto tutte queste forme di comunicazione in rete a essere riunite in un unico ambiente multimediale che ne costituisce l’evoluzione attuale e che prende il nome di social network. I social network sono servizi web, appartenenti alla sfera del web 2.0, usati principalmente per mettere in contatto persone distanti geograficamente le quali si aggregano in gruppi on-line al fine di condividere interessi comuni o più semplicemente per instaurare o rafforzare legami sociali. Essi non sono tanto diversi dalle reti sociali fisiche sennonché si muovono in rete e sono accessibili da qualsiasi parte del mondo, concorrendo di fatto al processo di delocalizzazione delle culture del mondo reale.

Premessa metodologica all’analisi etnografica

Nonostante possa apparire insensato parlare di luoghi virtuali e cyberspazi agli occhi di una prospettiva etnografica, si ritiene opportuno fare una premessa al fine di giustificare la presa in atto di luoghi concettuali in antropologia. Anzitutto, occorre definire il concetto di “terreno” antroplogico quale luogo naturale nel quale si effettua lo studio di culture: “Il terreno è, per definizione, un luogo dove l’antropologo svolge il suo mestiere di osservare e comprendere i comportamenti, le rappresentazioni e i saperi degli “altri”, dove cioè fa “etnologia” o “etnografia”, in quanto studio concreto di contesti di culture.” (Pavanello 2010, p. 87). Secondo Pavanello, il terreno è da ritenersi sia il luogo reale dove l’antropologo và per effettuare la pratica etnologica, sia una metafora della ricerca antropologica in quanto esso è insieme “il viaggio, il luogo dove si conduce la ricerca, e la ricerca etnografica stessa” (ivi, p. 87). Proprio perché il terreno è in ambivalenza, sia un luogo fisico, sia un concetto, esso può non essere necessariamente un luogo reale e lontano così come tradizionalmente avveniva in passato nella ricerca antropologica: “un tempo, infatti, il terreno era un altrove necessariamente esotico, selvaggio, lontano culturalmente, e spesso anche geograficamente, dal consueto mondo civile” (ivi, p. 88). Se il terreno antropologico, come afferma Pavanello, si considera come una metafora della ricerca antropologica, allora si può affermare che nel terreno l’antropologo attua un’esperienza personale in un altrove che in certi casi non ha bisogno del viaggio fisico. Esso può quindi essere un luogo virtuale come internet, luogo facilmente raggiungibile anche da casa, ma che è allo stesso tempo veicolo di alterità del tempo e dello spazio:

“[.] Un altro luogo rispetto a quello della sua vita abituale, o, per meglio dire, un luogo “altro”, dove è possibile avere esperienza dell’alterità: un “altrove” non necessariamente lontano, e neppure necessariamente esotico, ma comunque separato rispetto alla dimensione della propria vita quotidiana, come i non-luoghi di Augè (1996). Oppure un luogo magari solo virtuale, come la “rete” in cui si può “navigare” stando a casa.” (ivi, p.87)

Il terreno in quanto luogo reale, dunque, può venire meno e rimanere oggi soltanto metafora, diversamente dal passato dove tale metafora si sovrapponeva al luogo esotico. La globalizzazione dei trasporti e delle comunicazioni oggi ha reso le culture e i luoghi geografici più vicini venendo meno la necessità del viaggio reale. Proprio per questo motivo, Pavanello afferma:

” il terreno può essere un luogo [.] e , insieme, un non-luogo, ovvero un luogo virtuale (l’aeroporto di New York, il metrò di Parigi, i grandi magazzini Harrods di Londra, un campo di profughi, la rete internet), ma è ancora di più metafora della produzione di conoscenza antropologica. Questa persistenza e, al tempo stesso, evanescenza del terreno nasconde una struttura più profonda che possiamo identificare con un evento che il terreno (in quanto luogo reale o virtuale) rende possibile: l’incontro etnografico che è la vera essenza del terreno, nonché la sua legittimazione epistemologica” (ivi, p.94)

Il vero oggetto di studio è dunque il dialogo, una negoziazione di significato, che si viene ad instaurare con i soggetti che fanno parte della cultura da studiare, mentre un luogo virtuale come Facebook, nel caso di questa tesi, rimane solo un contesto per attuare l’incontro con gli utenti. Da tale incontro scaturisce l’etnografia, la produzione di significato che Pavanello chiama “incontro etnografico”.

About these ads
No comments yet

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 464 other followers

%d bloggers like this: